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Pubblicato:
7 Settembre 2025
Aggiornato:
7 Settembre 2025
La Mazzetta come atto di giustizia retributiva
Nel dibattito pubblico, la parola “mazzetta” evoca immediatamente immagini di corruzione, illegalità, immoralità. È l’emblema del sistema che non funziona, del potere che si vende,...
La Mazzetta come atto di giustizia retributiva
Nel dibattito pubblico, la parola “mazzetta” evoca immediatamente immagini di corruzione, illegalità, immoralità. È l’emblema del sistema che non funziona, del potere che si vende, del bene pubblico svenduto al miglior offerente. Eppure, se scaviamo oltre la superficie morale e giuridica, emergono storie, contesti, dinamiche umane che complicano il quadro. In molti casi — non in tutti, ma in molti — la mazzetta non è solo un atto di corruzione, ma un atto di giustizia retributiva informale, una forma di redistribuzione della ricchezza che nasce da un sistema percepito come ingiusto, diseguale, sordo alle esigenze reali di chi lo abita.
Prendiamo il caso dell’intermediario senza diritto formale di retribuzione. Immaginiamo un funzionario comunale, un impiegato di un ente pubblico, un tecnico di un’azienda municipalizzata. Sul suo tavolo passano pratiche che valgono migliaia, a volte milioni di euro. Ha il potere di accelerare, rallentare, bloccare o sbloccare. Non perché sia malvagio, ma perché il sistema glielo consente — anzi, lo costringe. È pagato 2000 euro al mese, ma la sua firma può sbloccare un appalto da 500.000 euro. La sua decisione può salvare o affossare un’azienda. Il suo silenzio può costare mesi di attesa a un imprenditore che ha famiglia da mantenere. Eppure, formalmente, non ha diritto a un centesimo in più.
In un mondo ideale, la sua retribuzione sarebbe proporzionata alla responsabilità che esercita. Ma nel mondo reale, spesso non lo è. E qui nasce la tentazione — o meglio, la necessità percepita — della mazzetta. Non come atto di avidità, ma come atto di riequilibrio. Il funzionario non chiede “una tangente” per arricchirsi, ma per compensare un’ingiustizia strutturale: il divario abissale tra il valore che gestisce e il valore che riceve. È una forma di autotassazione, un’autoretribuzione illegale ma socialmente comprensibile.
Questa dinamica non giustifica moralmente o legalmente la corruzione, ma la spiega. E la spiegazione è fondamentale per affrontare il problema alla radice. Se la mazzetta è un sintomo, curare il sintomo con la repressione non basta. Bisogna curare la malattia: un sistema di retribuzioni sproporzionato, gerarchie rigide, mancanza di meritocrazia, burocrazia asfissiante che trasforma ogni pratica in un’odissea.
La mazzetta, in questo senso, diventa una forma di redistribuzione della ricchezza dal basso. Non quella teorizzata dagli economisti o dai politici, ma quella praticata nella vita reale, nei corridoi degli uffici, nei bar dopo il lavoro, nelle strette di mano che valgono più di un contratto. È un sistema parallelo, informale, illegale — ma spesso più efficiente e “giusto” di quello formale. L’imprenditore paga 500 euro per accelerare una pratica che altrimenti sarebbe bloccata per mesi, e considera quei 500 euro un investimento, non un furto. Il funzionario li considera un riconoscimento del suo potere reale, non un furto al sistema.
C’è poi un altro aspetto: la mazzetta come atto di riconoscimento sociale. In un sistema dove il merito non viene premiato, dove l’impegno non viene valorizzato, dove la responsabilità non viene compensata, la mazzetta diventa l’unico modo per sentirsi “visti”. Il funzionario che accetta la bustarella non lo fa solo per soldi, ma perché quel gesto gli dice: “Tu conti qualcosa. La tua decisione ha valore. Il tuo tempo non è spazzatura”. È un riconoscimento che il sistema formale gli nega.
Naturalmente, questa analisi non vuole essere un’apologia della corruzione. Vuole essere una chiamata a guardare oltre il moralismo facile. La lotta alla corruzione non può limitarsi a punire i singoli attori — spesso vittime di un sistema più grande di loro — ma deve riformare le strutture che la rendono inevitabile. Se un dipendente pubblico con responsabilità enormi guadagna 2000 euro al mese, il problema non è lui. È il sistema che lo paga così poco pur affidandogli così tanto.
In molti Paesi in via di sviluppo, la corruzione è descritta dagli studiosi come un “tributo informale” che sostituisce un sistema fiscale e burocratico inefficiente. In Italia, non siamo in via di sviluppo, ma in molti settori — edilizia, sanità, appalti pubblici — il fenomeno è analogo. La mazzetta diventa una tassa parallela, un costo di transazione che tutti conoscono, tutti pagano, tutti tollerano, perché il sistema formale è troppo lento, troppo costoso, troppo ingiusto.
La vera sfida, dunque, non è eliminare la mazzetta con più controlli e più carcere — che servono, ma non bastano — ma ricostruire un sistema in cui la giustizia retributiva sia garantita legalmente. Dove chi ha responsabilità venga pagato in modo adeguato. Dove chi fa bene il proprio lavoro venga premiato. Dove la burocrazia sia snella, trasparente, veloce. Solo allora la mazzetta perderà il suo fascino perverso di “giustizia fai-da-te”.
Fino ad allora, continueremo a condannare moralmente chi accetta una bustarella, senza chiederci perché quel gesto, per molti, rappresenta l’unica forma di giustizia possibile.
Se accettiamo — almeno come esercizio intellettuale — che la “mazzetta” nasce spesso da un vuoto di riconoscimento formale, da una disallineamento tra responsabilità e retribuzione, allora possiamo immaginare sistemi legali e trasparenti che incanalino quel “ringraziamento informale” in forme legittime, etiche e regolamentate. Ecco due esempi concreti, applicabili in contesti diversi:
1. Il sistema delle “commissioni di mediazione trasparente” nel procurement pubblico
Contesto: Un funzionario pubblico (o un tecnico di un ente) gestisce gare d’appalto o procedure di affidamento. Il suo ruolo è cruciale: seleziona, valuta, decide. Ma è pagato uno stipendio fisso, indipendentemente dal valore economico che gestisce o dall’efficienza con cui conclude la pratica.
Soluzione legale: Introdurre una commissione di mediazione o di facilitazione, calcolata come una piccola percentuale (es. 0,1%-0,5%) sul valore dell’appalto o della fornitura, erogata legalmente e trasparentemente al funzionario o al team responsabile, solo se:
- la procedura viene conclusa nei tempi previsti (o prima);
- non ci sono ricorsi o contestazioni;
- viene rispettato il massimo vantaggio economico per la pubblica amministrazione (es. ribasso d’asta significativo, qualità garantita).
Vantaggi:
- Trasforma un “favore” in un incentivo legale e meritocratico.
- Riduce la tentazione della corruzione: perché chiedere una bustarella se puoi guadagnare legalmente di più facendo bene il tuo lavoro?
- Aumenta l’efficienza del sistema: chi lavora bene viene premiato.
- È tracciabile, dichiarato, tassato.
Esempio pratico: Un tecnico comunale conclude in 30 giorni (invece che in 180) una gara per la fornitura di arredi scolastici da 500.000 €, ottenendo un ribasso del 15%. Gli spetta una commissione dello 0,3% = 1.500 €, erogata dall’ente e inserita nella sua busta paga come “bonus di efficienza procedurale”.
2. Il “gratuito riconoscimento di merito” certificato dai fornitori, con tetto e trasparenza
Contesto: Un dipendente pubblico (es. responsabile degli acquisti in un ospedale) ha un ruolo chiave nella selezione dei fornitori. I fornitori, pur vincendo una gara regolare, apprezzano la sua professionalità, rapidità, disponibilità. Vorrebbero “ringraziarlo”, ma non possono farlo senza rischiare accuse di corruzione.
Soluzione legale: Istituire un sistema di “riconoscimenti certificati”, simile a un sistema di feedback con benefit. I fornitori possono, una volta l’anno, assegnare un “riconoscimento di merito” a un dipendente, sotto forma di:
- buoni acquisto (max 300 €/anno per dipendente);
- donazioni a un fondo welfare aziendale (es. asilo nido, palestra, formazione);
- giorni di permesso retribuito extra;
- iscrizioni a corsi di aggiornamento pagati dal fornitore (con valore massimo annuo).
Tutto deve essere registrato in un registro pubblico interno, con nome del fornitore, motivazione del riconoscimento, valore, data. Il dipendente non può scegliere il benefit: viene assegnato in base a un catalogo predefinito dall’ente.
Vantaggi:
- Soddisfa il bisogno umano di riconoscimento, senza scivolare nell’illegalità.
- Il fornitore può esprimere gratitudine in modo trasparente.
- Il dipendente riceve un beneficio concreto, ma non in denaro liquido, riducendo il rischio di conflitto d’interessi.
- Il sistema è auditabile e non crea privilegi: tutti i dipendenti possono riceverlo, se meritano.
Esempio pratico: Un’azienda farmaceutica, dopo aver vinto una gara regolare grazie alla chiarezza e rapidità del responsabile acquisti di un ospedale, gli assegna un “riconoscimento di merito” del valore massimo consentito: un buono viaggio di 300 € per un corso di formazione in logistica sanitaria. Il tutto viene registrato nel sistema interno dell’ospedale, visibile a tutti.
Perché questi sistemi funzionerebbero?
Perché riconoscono un principio fondamentale: le relazioni umane e il riconoscimento del merito non possono essere cancellati da un sistema burocratico. Se lo Stato non offre canali legittimi per esprimerli, nasceranno canali illegittimi. Legalizzare, regolamentare e trasformare in incentivi strutturali ciò che oggi è sommerso, non è un cedimento alla corruzione — è un atto di intelligenza istituzionale.
Non si tratta di “legalizzare le mazzette”, ma di sostituire il sistema informale con uno formale, più giusto, più efficiente, più umano.
Questi esempi non sono utopie: sistemi simili esistono già in alcuni Paesi del Nord Europa (es. bonus per efficienza nella PA danese) o in aziende private con programmi di “supplier recognition”. La sfida è adattarli al contesto pubblico italiano, con garanzie di trasparenza e controllo. La vera innovazione non è punire di più, ma prevenire meglio — rendendo inutile la corruzione, perché il sistema legale è già più conveniente, giusto e gratificante.
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